Contemporary luxuries

In the village there is almost no internet connection. Only in few occasion when the wind, satellites and the moon are aligned the signal comes through.
In this”uneasy” situation a person cannot check his messanger every 20 minutes, cant write his university friend in Mexico what he had for breakfast, cant even watch a video of a panda trying to use a mobile phone.
One is also cut of from the last Trump boutade, Ronaldo last hair cut and the latest USA sanction.
In this bubble one is forced to look at what is front of him with no screen meadiating. One finds himself with many hours available and slowly discover that the sunrise is different everymorning, that the neighbor
have has changed haircut, that he can finally start reading that book that has been sitting on the shelf for months.
Time has appeared again in his life. Taime to talk face to face, time to observe, time to draw, to exercise, to walk, to make leather bags.
In that precise moment he feels rich. Rich in a different way. Rich of opportunities and rich of the most valuable and convertable currency: time.

 

Equilibrio Digitale

The order of modernity

The current reconstruction in Nepal surely is improving the structural qualities of the built environment but what about the rest? Some traditional details (slate roof, mud plaster) are getting replaced by more modern materials ( corrugated metal and cement plaster). Beside the obvious visible changes and consequences of this there is a more subtle change. The change from a pre-modern vibrant, imperfect, ondulated, irregular surface to the modern, flat, mono dimensional surface. As Pallasmaa wrote, we move towards a “soporific unnifromity of experience”. Surely the richness of the surrunding compensate this but it seems that in people mind the step into a modern aesthetics has been made. Now we just need to sit and watch the monsters that this will create.

P… come Parise come povertà

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974. Alla faccia di tutti queeli che credono in uno sviluppo. Più di 40 anni dopo è ancora attuale e affilato.

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

 

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

 

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

 

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.”

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un luogo angusto

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Esistono in ogni città del globo luoghi immersi nella penombra i cui nomi si ricordano appena. Dentro queste piccole stanze ci sono spesso solo gli sconfitti della vita oppure quelli che si credono voncitori senza aver letto bene la fine della loro storia. Comunque sia, sono questi luoghi che danno vita a storie che stentiamo a credere. A racconti che diventano quasi mitici.
Questi luoghi, a seconda del luogo in cui si trovano, hanno nomi diversi, izakaya, osteria, khaja ghar ma tutti hanno la stessa atmosfera di luoghi di decompressione di confessionali laici.

in questi luoghi ho incontrato sconosciuti che, sospinto dal senso di ebbrezza, ho creduto fratelli. ho ascoltato discorsi di banale quotidianità che mi sono sembrati profetici.
nonostante l’incommensurabile imperfezione di questi luoghi forse mai ci siamo sentiti così vivi. Poichè non più intrappolati nella sequenza di azioni quotidiane, nei nostri corpi, nelle relazioni sociali ma bensì spiriti liberi. liberi dal passato e dal futuro e quindi, almeno in quesgli istanti, eterni.

In viaggio nel giorno di Shiva

Due settimane fa, sono tornato a Kathmandu nel giorno di Shivaratri, il giorno del Dio Shiva. un giorno di riflessione, di preghiera e festa dedicato al Dio preferito.

Sono riuscito a trovare un posto in una Sumo, modello di jeep che scorazza nepalesi su e giù per le montagne. Le jeep in Nepal sono omologate per dieci persone. Autista, al suo fianco ora è possibile ospitare solo una persona, di solito un suo amico, uno a cui deve un favore o una persona importante. Insomma una persona di riguardo. Nel caso ci siano malati, questi possono avere accesso alla spaziosa posizione davanti.
Dietro, primo girone. Spazio per quattro persone. La corporatura media dei Nepalesi permette anche di arrivare a cinque oppure, come nel viaggio di quel giorno a quattro e mezzo. I bambini sotto i cinque-sei anni viaggiano in grembo al genitore. In teoria. Poi in pratica sballonzolano qua e là.

Fila retrostante. Secondo girone. Questi sono i quattro posti che nessuno vuole, che alcuni, quando aspettano la jeep sulla strada, addirittura rifiutano.

Cosi nel giorno di Shiva la jeep parte mezza vuota, con mia piacevole sorpresa. Pochi tornanti dopo veniamo raggiunti da una famiglia in viaggio per Kathmandu, probabilmente a trovar parenti.

Cosi la formazione della jeep si completa. Autista, amico in prima fila. Io un uomo e due donne pirata con figlio in grembo in linea mediana. Nelle retrovie quattro persone di cui non vedo mai i volti poichè viste le centinaia di cunette buchi che attraversiamo, non ho il tempo di girarmi. Sul tetto un decina di bagagli, gallina detro cesta in vimini e capretta nera legata.
Il viaggio nella prima fase non presenta molti eventi fuori dalla straordinaria quotidianità. Solo in un momento un piccolo urlo rompe la saltellante quiete della macchina: due zampe caprine appaiono sul finestrino di sinistra. La capra sta per scivolare fuori dal tetto e rimanere strozzata dalla corda che la lega. L’autista, forse ben preparato a queste evenienze, frena prontamente. Una donna-pirata esce e spinge a due mani l’animale fino a riacquistare equilibrio.

Nel giorno di Shiva è tradizione che i bambini blocchino le auto tirando una corda e chiedano dei soldi per poter festeggiare la sera. Considerando la popolarità dell’attività, questo potrebbe trasformare il viaggio in un pellegrinaggio ma il nostro autista, ben preparato, ha una mazzetta di rupie in piccolo taglio che mostra fuori dal finestrino qualche decina di metri prima del posto di blocco. A quel punto i ragazzini si trovano in una situazione inaspettata, la mancia già pronta senza dover mercanteggiare e auto che non rallenta. in quei momenti di dubbio lasciano cadere la corda vedendo le banconote svolazzare in aria.
Così attraversiamo paesi senza troppi intoppi e con lasolita media km/h da tour de france , arriviamo a Kathmandu.